Attività clinica

La psicologia cognitiva pone al centro lo studio della mente umana, focalizzando quindi l’attenzione sul funzionamento dei molteplici aspetti della sua attività: i pensieri, le emozioni, le sensazioni, le intenzioni; in breve tutto ciò che è la nostra esperienza interiore e quindi soggettiva, sia consapevole che implicita.

A sua volta, l’esperienza soggettiva della nostra attività mentale è frutto dell’interazione fra la struttura ed il funzionamento del nostro cervello e le esperienze interpersonali vissute.

Per quanto riguarda il cervello umano, esso è il risultato di una lunga evoluzione della vita sulla terra, per cui la sua struttura è estremamente complessa.

Semplificando molto, possiamo descriverla come una gerarchia di tre cervelli in uno: da quello più antico o rettiliano, a quello limbico o emotivo, a quello più recente della neocorteccia.

Una ulteriore complessità è data dalla specializzazione del nostro cervello fra i due emisferi, sinistro e destro, ciascuno con funzioni proprie.

Il cognitivismo evoluzionista, al quale mi sono formata, integra la neurobiologia, oltre che l’etologia, con la teoria dell’attaccamento.

Questa teoria non si fonda solo sull’esperienza clinica, bensì anche sui risultati della ricerca scientifica di base.

Secondo la teoria dell’attaccamento, noi esseri umani abbiamo nella nostra eredità biologica una disposizione innata fondamentale per la sopravvivenza, e comunque attiva dalla “culla alla tomba”, a cercare aiuto, cura e conforto in un altro essere umano, ogni volta che viviamo situazioni di pericolo, fatica, solitudine, dolore fisico e psicologico.

Questa tendenza innata è stata selezionata dall’evoluzione, insieme ad altre che compaiono successivamente nell’individuo (l’accudimento, l’agonismo, la sessualità, la cooperazione) e che riguardano bisogni sociali ed interpersonali. La loro sede biologica risiede negli strati filogeneticamente meno recenti del cervello, quello limbico o emotivo, e  per entrare in funzione non richiedono la coscienza.

Le precoci e ripetute esperienze con le figure di attaccamento, come i genitori o chi ne fa le funzioni, strutturano aspettative inconsapevoli circa le risposte degli altri rispetto al nostro bisogno di aiuto.

Le ricerche individuano quattro tipologie possibili di atteggiamenti e risposte genitoriali alle richieste di aiuto e conforto dei figli e, di conseguenza, quattro tipi di aspettative che si organizzano nei bambini; esse vanno dalla sicurezza di ricevere la risposta adeguata a quella di non ricevere alcuna risposta, all’incertezza della risposta fino ad arrivare ad una situazione più complicata in cui ci si immagina che la propria richiesta di cura porterà conseguenze drammatiche.

Il processo di formazione dei diversi schemi relazionali influenza anche il corpo,  che contemporaneamente   struttura la sua narrativa  e cioè pattern fisici  nelle diverse manifestazioni  dello stesso, come ad esempio il modo di muoversi e la postura.   Ciò mi ha portato ad approfondire la mia formazione con la psicoterapia senso-motoria (1° livello) e l’E.M.D.R. (1° livello).

L’intervento psicoterapeutico si avvale del fatto che   l’evoluzione ci ha costruito un cervello estremamente plastico, quindi soggetto ad apprendere fino a che è funzionante. Infatti le sue cellule, i neuroni, non sono soggette a rigenerarsi periodicamente come tutte le altre cellule del nostro corpo, però i circuiti e le connessioni fra di esse sono soggette ai cambiamenti dati dalle nostre esperienze di vita e dalla nostra capacità di riflettere su  tali esperienze.

Le nuove scoperte sul funzionamento della mente umana ci permettono di potenziare i processi di cambiamento  richiesto in situazioni di sofferenza psicologica o di esperienze traumatiche.  L’intervento terapeutico si avvale così  di  due accessi che si intersecano: l’aspetto cognitivo o processo top -down e l’aspetto somatico o processo bottom-up.

Tutto ciò partendo dall’assunto, dimostrato dalla neurobiologia, che i sintomi che generano sofferenza psicologica sono, nel suo costituirsi, la soluzione più ingegnosa della nostra mente-corpo per conquistare  più sicurezza possibile nella situazione di disagio sperimentata. Inoltre i sintomi comportano spesso emozioni intense o travolgenti oppure anche una apparente  assenza di emozioni; ciò non permette di lavorare direttamente con esse perché c’è il rischio di peggiorare la situazione, per cui l’intervento bottom-up, spostando il focus su aspetti corporei come le sensazioni, i movimenti ed altro ancora diventa una strada più efficace.